Nel Dizionario della lingua italiana De Mauro, si leggono diverse definizioni della parola sacrificio, riguardanti diversi ambiti. Riporto le seguenti:
- nei culti pagani e in molte religioni non cristiane, offerta di doni o vittime alla divinità compiuta per manifestare la propria sottomissione, per esprimere riconoscenza o per renderle onore
- offerta spirituale del credente a Dio che comporta la totale accettazione della volontà divina
- offerta della propria vita per sostenere un ideale o per il bene di altri | morte, perdita umana
- grave rinuncia deliberatamente sopportata in vista di un dato scopo.
Il sacrificio è, dunque, legato ad un atteggiamento di sottomissione, al mettere da parte qualcosa di sé, a volte fino a morire; implica il fare fuori la propria stessa esistenza a favore dell’altro, considerato sacro o ideale, comunque superiore.
Cosa significa questo nel rapporto madre/figlio? Perché, diciamolo, il concetto di sacrificio è molto legato al femminile. Chi è che rappresenta il “sacro”? Ovviamente il bambino. Nel considerarlo sacro, o nel porlo nella sfera dell’ideale, dandogli una connotazione di superiorità, che responsabilità diamo a questo bambino? Come starà, in futuro, quando si troverà a gestire relazioni con persone che non lo riterranno altrettanto sacro? Quanto sarà frustrante?
E poi…
Se la mamma “si fa fuori”, sacrificandosi, come farà il bambino senza di lei? Siamo sul piano del paradosso.

Perché avviene ciò? Oltre che per una ovvia questione culturalmente radicata, dobbiamo anche guardare quello che può essere considerato un grosso problema della nostra epoca nell’ambito della genitorialità. Ovvero, la convinzione che se non daremo tutto ai nostri figli, questi non ci ameranno… da qui parte il cercare di dargli tutto, anche noi stessi.
Davvero vogliamo che i genitori facciano questo? Vogliamo questo per i figli? Vogliamo legare tutto questo alla maternità?
Ora, poiché le parole sono importanti e hanno un senso, dopo avere analizzato la questione da un punto di vista dei significati, mi sembra abbastanza evidente quanto sia importante trovare nuove parole e nuovi significati, scardinare alcuni concetti che hanno a che fare con una tradizione religioso/spirituale ma che mal si adattano alla relazione genitori/figli.
E se, invece, parlassimo della possibilità di prenderci cura dei bambini, di amarli, di relazionarci con loro in quanto tutti esseri umani, anziché in una dinamica “essere sottomesso/essere sacro”?
Il bambino ha bisogno di un adulto che sappia prendersi cura di lui, che lo ami, che sappia sintonizzarsi con i suoi bisogni e non che si annulli mettendo da parte la propria esistenza e anticipando anche i bisogni del piccolo senza dargli la possibilità di imparare a “sentirsi”.
Quindi, anziché sacrificarci, mettiamoci in relazione, mettiamoci in ascolto!

